DDL Cirinnà
 Il primo voto in Senato del ddl Cirinnà sulle unioni civili dimostra tre cose. La prima che il presidente Grasso non è super partes. La seconda che i maldipancia nel Pd sono più forti del previsto. La terza che a fare da stampella alla legge Renzi ci sono loro, i ‘verdiniani di sinistra’, cioè Movimento 5 Stelle.

Andiamo con ordine. Ieri il Senato ha respinto la richiesta di “non passaggio” degli articoli sul ddl Cirinnà. Se la richiesta avanzata dai senatori Gaetano Quagliariello (Idea) e Roberto Calderoli (Lega Nord) fosse passata, il testo di legge sarebbe stato rispedito in commissione.

Vale quindi la pena ricordare chi ha votato no alla proposta Calderoli-Quagliariello: 195 senatori, il Pd, ovviamente, ma già da questo voto si dimostra quanto sia decisiva ormai per il Governo Renzi la stampella grillina: dopo l’endorsement della capogruppo Paola Taverna, lo schema delle maggioranze variabili in parlamento di Renzi ha funzionato: Ncd ha votato a favore della richiesta di “non passaggio”, M5S no, voti decisivi per andare avanti.

Va sottolineato in questo caso il ruolo giocato dal presidente del senato, Grasso, che ha respinto la richiesta di voto segreto sul “non passaggio” all’esame degli articoli del ddl Cirinnà, in linea con il suo partito, il Pd, che vuole respingere ogni proposta che rallenti la tabella di marcia sulle unioni civili.

La votazione a scrutinio segreto sulla proposta di non passaggio all’esame degli articoli del ddl Cirinnà, ha spiegato Grasso, “non può essere concessa, non solo ricorrendo a un giudizio di prevalenza sul contenuto complessivo del testo, ma soprattutto per il fatto che la disciplina delle formazioni sociali, dove si svolge la personalità dell’individuo – e tra queste rientrano senz’altro le famiglie non fondate sul matrimonio – trova il proprio fondamento costituzionale nell’articolo 2, che non è ricompreso tra le disposizioni tassative per le quali il voto segreto può essere concesso”.

Spiegazione contorta che ha provocato l’immediata reazione di Quagliariello: “Trovo che la sua sia una scelta grave dal punto di vista della forma,” ha detto il senatore di Idea. “Lei che è arbitro ha deciso con un’interpretazione che sembra il surrogato di una decisione della Corte costuituzionale e ha deciso chi ha ragione e chi ha torto. Condivido l’opinione di Calderoli secondo cui era una decisione che spettava quanto meno alla Giunta del regolamento. Iniziare questa contesa e questa seduta con un arbitro che ha preso parte non è una buona sensazione”. 

Ma il senatore Giovanardi (Idea), non demorde: “Domani porteremo davanti alla Corte Costituzionale un conflitto di attribuzione perché i cittadini devo sapere che la legge in commissione Giustizia non è stata discussa nemmeno per un minuto violando l’articolo 72 della Costituzione, che prevede che l’esame dei testi di legge avvenga prima in commissione, e poi in aula”.  Il ricorso è stato sottoscritto da 51 senatori della opposizione.

Il Senato, dopo la conferenza dei capigruppo, ha deciso poi altre due cose. Da oggi iniziano le votazioni sugli emendamenti. Il voto sul provvedimento potrebbe arrivare già martedì 16 febbraio. Si voterà tutta la settimana, prevedibilmente conosceremo l’esito del voto non oltre l’ultima settimana di febbraio.

Il Pd, per voce del capogruppo Zanda, fa sapere che “non chiede voti segreti e non li sostiene”. “I voti segreti non debbono essere a centinaia, e lo convenimmo coi capigruppo: tra i 10 e i 30. Ora, alcuni gruppi hanno ritirato gli emendamenti. Altri dovrebbero farlo. Noi faremo una riduzione. La stiamo definendo. E lo chiediamo per emendamenti ‘ripetitivi’, per quelli ‘di pura bandiera’ che non hanno possibilità di essere approvati”.  50 voti segreti sono stati avanzati dalla Lega, 50 da Forza Italia e 25 da Ncd.

Sempre ieri è rimasta aperta la questione degli emendamenti. L’incontro tra Pd, Lega e Forza Italia, che avrebbe dovuto portare a un taglio degli emendamenti stessi, si è concluso con un nulla di fatto. Nel Pd, Zanda, ha lasciato libertà di coscienza su tre emendamenti. Quello Lepri sull’affido rafforzato (le simil-adozioni); quello Guerra sulla estensione alla adozione anche alle unioni civili; quello Mattesini per la estensione a chiunque di adottare un minore fino al sesto grado).  Il timore dei vertici Pd resta quello che l’area cattolica del partito non risponda agli ordini di scuderia.

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