Obiezione di coscienza

In vista dell’eventuale approvazione ed entrata in vigore della legge sulle “unioni civili tra persone dello stesso sesso” (ddl 2081, ora A.C. 3634, meglio noto come DDL Cirinnà) e considerato che nel testo appena licenziato dal Senato non si fa alcun riferimento all’obiezione di coscienza di coloro che, in relazione all’applicazione della normativa sulle unioni civili, si rifiutano di registrare, trascrivere, o di collaborare in qualsiasi modo alla realizzazione di una cosiddetta “unione civile tra persone dello stesso sesso”, è giusto chiedere che venga introdotto a livello legislativo, nella prossima discussione alla Camera dei Deputati, la possibilità di ricorrere alla obiezione di coscienza da parte di chi dovrà celebrare i riti civili.

Con questa premessa, Pro Vita ha allo studio una raccolta firme di amministratori locali che intendono chiedere che venga inserita l’obiezione di coscienza all’interno del testo di legge sulle unioni civili, da far avere nei luoghi e nei tempi opportuni alle autorità preposte.
La petizione può essere scaricata da chiunque per poterla sottoporre a tutti gli amministratori locali di propria conoscenza, fatta pervenire a noi che ci occuperemo di farla avere a Pro Vita Onlus.

Potete trovare il testo della petizione con modulo per la raccolta firme qui    scarica

Il 25 Febbraio di quest’anno è stata una giornata storica per l’Italia. Storica nel senso più negativo che si possa immaginare del termine. Come tutti sappiamo è stato approvato, con un gioco delle parti nella maggioranza da far ridere anche la repubblica delle banane, il DDL Cirinnà. Comunque sia, per la felicità di pochi e lo sconforto di molti il Governo Renzi, intervenendo a gamba tesa ponendo la fiducia al suo emendamento, ha fatto approvare il DDL.

Resta però un grande interrogativo che non è di poco conto, ed è il seguente:

Che cosa accade al funzionario dell’anagrafe che, non necessariamente per motivi religiosi o etici, aderendo in coscienza al dato di natura richiamato dall’art. 29 della nostra Carta, chiede di essere sollevato dal rito di costituzione ovvero dalla trascrizione delle nozze contratte all’estero? Il dipendente comunale sa che da quella dichiarazione formalizzata davanti a lui deriva un regime giuridico sostanzialmente matrimoniale: può astenersi dal riceverla, proprio perché essa ha carattere ‘costitutivo’, e alla sua formazione egli dà un contributo determinante?

Aggiungiamo noi che anche gli stessi Sindaci potrebbero in coscienza – e laicamente – sentire di violare i propri valori morali nel celebrare i matrimoni omosessuali (o unioni civili che dir si vogliano).

Al comma 2 del maxi emendamento presentato dal governo si fa esplicito riferimento che una unione civile si fa di fronte al sindaco o ad un funzionario appositamente delegato, come si fa per i matrimoni civili eterosessuali. Per cui, stando così le cose, risulta chiaro che nella legge vi è un palese vulnus in merito.

Negli ultimi anni non è stato raro leggere notizie su funzionari addetti alla celebrazione o celebrazione di nozze che sono stati denunciati per essersi rifiutati, esercitando una obiezione di coscienza, di celebrare cerimonie di unioni omosessuali. In primis nei “civilissimi” Stati Uniti d’America.

Per esempio l’AG del Texas (l’Attorney General: in America corrisponde più o meno al nostro “Procuratore della Repubblica”, un Pubblico Ministero), riporta LifeSiteNews, è stato messo sotto inchiesta per aver affermato che gli impiegati pubblici hanno il diritto a fare obiezione di coscienza alla stipula dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. 

L’obiezione di coscienza in America, rientra nella libertà religiosa, garantita dalla costituzione, ma sappiamo bene che la lobby gay vede la libertà in modo del tutto soggettivo e particolare.

L’AG Ken Paxton già due giorni dopo la decisione della Corte Suprema del 21 giugno scorso che ha legalizzato il matrimonio gay, aveva emesso un’ordinanza in cui riconosceva il diritto all’obiezione di coscienza nel caso in questione, sia agli ufficiali dello stato civile, sia ai giudici di pace deputati a celebrare le nozze.

Un mese dopo la Gaystapo è entrata in azione e un gruppo di avvocati ha denunciato Paxton al Consiglio Disciplinare del Texas (che inizialmente ha rigettato il ricorso perché non ha rilevato alcuna violazione dell’etica professionale da parte dell’AG).

Anche altri AG, in altri Stati federati, come il Sud Dakota, hanno assunto la stessa posizione di Paxton rispetto all’obiezione di coscienza: ma la vicenda più famosa in materia è il caso di Kim Davis, arrestata per aver rifiutato di firmare una licenza di matrimonio a una coppia gay. Anzi. La Davis aveva chiesto il permesso di rilasciare la licenza senza il suo nome scritto sopra, ma – in stile degno dei bei tempi di Pol Pot – gli è stato negato. (Nel Regno Unito, Lilian Ladele, è stata ‘soltanto’ licenziata, non arrestata).

Del resto la Gaystapo in America si dà da fare: il senatore dell’Oklaoma, Joseph Silk, è stato “cyberbullizzato” e minacciato, anche fisicamente, per aver proposto una legge che consentiva anche agli imprenditori (fiorai, pasticceri, ecc.) l’obiezione di coscienza alle nozze gay: sono infatti diversi coloro che sono stati persino costretti a chiudere e a cambiare lavoro per aver rifiutato di servire matrimoni gay. Per non parlare del caso di Felix Ngole, espulso dall’Università di Sheffild, nel Regno Unito, per aver difeso la posizione di Kim Davis.

Il problema dell’obiezione di coscienza alle unioni civili non è da sottovalutare neanche qui in Italia, se il ddl Cirinnà-Renzi-Alfano giungerà definitivamente in porto. Aveva già protestato a suo tempo Federico Catani di ProVita.

Giustamente il problema è stato già sollevato con una lettera ad Avvenire anche Mantovano e Introvigne (un giudice e un sociologo): è una grave lacuna dell’orrendo testo normativo che il nostro Parlamento si appresta a varare, quella sull’obiezione di coscienza.

La lotta contro una legge che va a ledere le prerogative della maggioranza degli italiani continua e sarà portata avanti in tutte le sedi opportune fino all’ultimo momento utile.

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