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I recenti servizi giornalistici dedicati a Luca di Tolve e ai gruppi d’incontro da lui condotti a Brescia, benché sollevino molti dubbi sull’imparzialità argomentativa con cui sono stati redatti, hanno il merito di aver riportato l’attenzione sulla psicologia dell’omosessualità. Si tratta di una tematica poco argomentata e, a mio avviso, volutamente omessa dal pubblico dominio. Le numerose prese di posizione, anche autorevoli, contro le cosiddette “teorie riparative” hanno indotto l’opinione pubblica a ritenere che non possa esservi alcuna terapia per l’omosessualità, ovvero che le attrazioni sessuali per le persone dello stesso sesso siano “naturali” o congenite. In realtà, le ricerche che hanno tentato d’indagare i fattori genetici, ormonali o neuroanatomici non hanno dimostrato «alcun termine di correlazione fisica con l’omosessualità» (cfr. la review redatta nel 2005 da Gerard Van Den Aardweg Omosessualità e fattori biologici: prove reali – nessuna; interpretazioni fuorvianti: molte, che si integra con la più recente On the psychogenesis of Homosexuality del 2011).

Come dunque potersi spiegare l’origine di attrazioni sessuali rivolte alle persone dello stesso sesso?

Una volta decadute le ipotesi congenite o, comunque, biologiste, non rimane che ritornare ai fattori psicologici.  È quello che propone Egidio Ernesto Marasco, medico e didatta della Società Italiana di Psicologia Individuale, ritraducendo e ridando alle stampe un importante libro di Alfred Adler: Das problem der Homosexualitat (tr. it.Psicodinamica dell’eros, Mimesis, Milano, 18 euro). Alfred Alder fu un collaboratore di Sigmund Freud a Vienna, ma poi si staccò dalla psicoanalisi, non condividendone le ossessioni per la sessualità, ed edificando una scuola psicologica autonoma, chiamata “psicologia individuale comparata”. Nell’introduzione, Marasco spiega che «Adler impiega il termine “omoerotismo” per definire questo comportamento. Afferma così, anche in questo modo, che questa presa di posizione erotica non rappresenta né l’appartenenza a un genere diverso né un atto criminale, ma soltanto un modo sbagliato di difendersi da presunti pericoli della normale sessualità» (p. 18). Per Adler «l’omosessualità è un ripiego malinteso e malriuscito» (p. 97) e «rivela un fallito tentativo di compenso in uomini con un evidente sentimento d’inferiorità» (p. 98). Le percezioni soggettive di «debolezza» (p. 37), di «insicurezza» (p. 96), di uno «scarso sentimento del proprio valore» (p. 47), di sentirsi «sminuiti» (p. 38), di «un forte scoraggiamento e di un disperato pessimismo» (p. 96) danno origine a quello che è il «senso d’inferiorità», che può palesarsi sia nei confronti degli altri uomini, sia nei confronti delle donne. «Non può essere una coincidenza – dice Adler – che nell’anamnesi di tutti i miei casi, e non soltanto quelli pubblicati, io abbia rilevato una profonda insicurezza del paziente sul suo ruolo sessuale» (p. 48).

Sentirsi inferiori, però, non piace a nessuno, e così «la mente umana escogita una serie di artifici per costruirsi finzioni di sicurezza e di superiorità» (p. 38). Il primo di questi artifici è di celare a se stessi tali sentimenti, creando una «distanza» con l’altro sesso tramite delle scuse, evitando i «compiti di vita» attraverso dei falsi ragionamenti, mirando «a raggiungere una agognata superiorità non con l’alternativa di un’aggressione diretta, ma presentandosi in modo serpentinamente tortuoso» (p. 54). Risulta così che «l’omosessualità sia il risultato di un training, messo in atto, sin dalla sua infanzia, da un essere umano scoraggiato che, coll’imbroglio dell’omosessualità, percorre una via che dovrebbe evitargli la possibilità di sconfitte ma che, invece, lo esclude dall’altro sesso e gli preclude la normale evoluzione del problema dell’amore» (p. 34).

Quali sono i fattori che promuovono tali sentimenti di inferiorità? Adler ne individua diversi, come la paura dell’altro sesso ritenuto arbitrariamente «superiore» e, quindi, fonte di «paura»: «Le tendenze alla perversione degli uomini si rivelano come aspirazioni compensatorie, indotte e sperimentate nell’intento di rimuovere un sentimento di inferiorità generato da un sopravvalutato potere della donna. Allo stesso modo, anche le perversioni delle donne sono tentativi compensatori per porre rimedio al sentimento di inferiorità femminile nei confronti dell’uomo, considerato più forte» (p. 40). Tuttavia sono soprattutto le percezioni di inferiorità fisiche, le pratiche educative e le configurazioni familiari su cui Adler pone l’attenzione: «Per lo più sono le inferiorità fisiche e psichiche, anche se suscettibili di compensazione, che costituiscono le cause più importanti [di un disarmonico sviluppo]. Ma anche gli errori nell’educazione agiscono in modo altrettanto forte, se fanno apparire insuperabile al bambino la sua distanza dall’adulto» (p. 43). Un’educazione autoritaria, fredda e sminuente o, al contrario, permissiva, lassista ed indifferente che può avere luogo in un contesto familiare in cui il padre è «tirannico» ed eccessivamente «severo», ma anche quando si è figli di una «madre forte e inflessibile», con «brama di potere», che ostacola la formazione di una «vera fiducia in se stesso, soprattutto nei confronti delle donne».

Adler denuncia la numerosità di persone con tendenze omosessuali che vogliono disfarsi di attrazioni sessuali indesiderate: «molti omosessuali oppongono una violenta resistenza alla loro perversione e cercano di guarire» (p. 90), «[…] tanti pervertiti sentivano la loro perversione come un pesante, o davvero insopportabile, martirio e che ne volevano essere liberati a qualsiasi prezzo» (p. 91). Eppure già allora: «[…] nessuno aveva mai reso noto in più ampie cerchie neppure uno dei casi di inconfutabile guarigione dall’omosessualità, tanto che tutti i, pur numerosi, casi di “superamento dell’omosessualità” sono stati dimenticati» (p. 90). Nel testo Adler descrive sette casi clinici, con cui intraprende una vera e propria terapia: «trasformare un codardo già adulto in un essere umano coraggioso […]. È infatti su questo che si incentra principalmente la terapia dell’omosessualità, come del resto anche quella della psiconevrosi» (p. 47), che altrove dice essere «[…] sinonimo di incoraggiamento del paziente» (p. 83). Parole come «codardia» e «coraggio», ma anche «perversione» e «nevrosi», potrebbero scandalizzare i benpensanti della nostra epoca, abituati sino all’ipocrisia a rifuggire qualsiasi etichetta.

Tutt’altro che disprezzante, Adler difende a più riprese la decolpabilizzazione giuridica delle persone con attrazioni omosessuali e, come terapeuta, sembra essere animato da una appassionata inclinazione affettiva per i suoi pazienti, come ben testimoniano le seguenti parole: «L’intero processo educativo [della terapia] necessita della massima delicatezza pedagogica e di modi molto garbati» (p. 48). Adler parla di psiconevrosi e perversione per descrivere l’omosessualità, senza, peraltro, ben distinguere le differenze tra le due accezioni. Si potrebbe dunque obiettargli che dal 1917 a oggi la medicina ha compiuto copiosi progressi, uno dei quali è la ben nota derubricazione dell’omosessualità dai più diffusi manuali diagnostici (ad es. le più recenti edizioni del D.S.M., a cura dell’American Psychiatric Association). A tale rilievo risponde Egidio Ernesto Marasco nell’introduzione: «Non vediamo in ciò un segno di un’evoluzione della società e della morale sociale, ma constatiamo piuttosto, un po’ preoccupati, che ciò corrisponde alla sparizione di un certo milieu culturale dalla task force degli psichiatri che hanno messo mano alla revisione». E più avanti prosegue: «Le parole, certo, hanno un magico potere creativo, ma non è che abolendo i termini che definiscono i disturbi o non menzionando la loro egodistonicità si eliminano questi problemi» (p. 21).

Una presa di posizione coraggiosa, coerente, del resto, con i giudizi sostenuti nell’introduzione:
«La complementarità uomo-donna è quanto richiede la biologia, la psicologia e la civiltà umana, sia ciò sancito o meno da leggi e nosografie psichiatriche» (p. 18). «Che uomini o donne non si nasca ma si diventi, è un’illusione assolutamente svincolata da qualsiasi contestualizzazione biopsicosociale, che richiama le finzioni di cambiamento di specie da cui, da dopo Esopo, tutta la favolistica è piena» (p. 12). Marasco ribadisce la supremazia della realtà sul pensiero, ovvero di «leggi del cosmo» e di «imperativi categorici dell’uomo» a cui è bene accostarsi: «Se è vero infatti che il benessere psicofisico di una persona è testimoniato dal fatto che essa risponda a cosa la società si aspetta da lei, è altrettanto vero che anche ogni società deve sottostare alle leggi del cosmo e agli imperativi categorici di quell’infinito universo che è la coscienza dell’uomo e, quando ci si discosta da questi, lo si può fare solo mettendo in atto delle finzioni e mentendo a se stessi» (p. 16).

Desidero concludere la presentazione di questa importante riedizione con una considerazione personale. Da cristiano mi rendo conto che il tema dell’omosessualità solleva un problema di ragione: la modernità pretende di sostenere che l’omosessualità sia innata o naturale; la Chiesa, d’altra parte, propone la complementarità dei sessi come forma salubre della sessualità. Si apre così una frattura che può banalizzarsi come un divario tra la ragione e la fede, o tra la scienza e la fede. Lo studio approfondito delle ricerche sperimentali, da una parte, e il recupero di una teoria della clinica dall’altra – ora possibile grazie al rilancio convinto del contributo di Adler – riporta la questione sul terreno suo proprio, quello della ragione e della scienza. Il contributo di Adler e le esperienze di Luca di Tolve e altri pongono un problema di ragione alla modernità, testimoniando che è possibile sostenere ragionevolmente e scientificamente che l’omosessualità non sia né innata né naturale. È bene che i cristiani prendano le distanze da teorie ingenue e infondate non solamente sulla base di un’appartenenza ecclesiale – il ben noto: «lo dice la Chiesa» – ma rispondendo con argomentazioni ragionevoli basate su fatti e su teorie.

Adler stesso, in tempi non sospetti, richiamava all’importanza di testimoniare la verità: «Raccogliendo più dettagliate informazioni, risultò che il paziente considerasse l’omosessualità una tendenza immutabile, avvalorando la sua opinione con citazioni di celebri Autori. Non voglio dire che questo, peraltro molto diffuso ed erroneo punto di vista degli Autori, procuri automaticamente un danno. Ma nella perversione, che già si basa su un guazzabuglio di errori che tengono il paziente prigioniero delle superstizioni, affermazioni autorevoli se hanno, ad esempio, questo tenore: «è impossibile guarire dall’omosessualità», sono molto appropriate per sostenere il castello di menzogne del paziente. Coerentemente al nostro punto di vista, è quindi opportuno che noi prendiamo le distanze da simili affermazioni» (p. 50).

Fonte: Lanuovabq.it/

 

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