Camicia_di_forza

È di qualche giorno fa la notizia che secondo acuni studi essere omofobo è indice di malattia mentale. Proviamo a vedere da dove nasce questa tesi e dove può portare.

Associazioni LGBT e lobbies a loro affiliate però ritengono e provano continuamente ad insinuare che essere omofobo è una sorta di malattia psicotica che coinvolge la maggioranza della popolazione mondiale. Considerato che gli omosessuali sono solo il 2% della popolazione (fonti OMS), e considerando che del 98% della restante popolazione mondiale una 30% circa potrebbe guardare favorevolmente agli omosessuali, la restante parte (il 60% circa), la maggioranza, ha tendenze omofobe perché non accetta il pensiero omosessualista che gli LGBT e consociati cercano di fare accettare (a nostro parere queste percentuali sono da vedere al rialzo per quello che riguarda la parte della popolazione non gay-friendly). Da qui, sembra doveroso cercare di dare un senso a questi numeri che vedono naufragare le tesi LGBT le quali cercano di indirizzare gli studi scientifici verso la colpevolizzazione della maggioranza della popolazione. Quale miglior modo che dirgli di soffrire di disturbi psichici definendolo senza mezzi termini malati di mente?

Metodo sovietico. Nell’Unione Sovietica di staliniana memoria, intellettuali di ogni tipo furono coinvolti nei programmi psichiatrici per dissidenti del regime: scrittori o scienziati furono trattati come pazienti psichiatrici poiché si dimostrarono restii ad assorbire, interiorizzare la mentalità totalitaria del socialismo sovietico.

Roba passata? Pagine di storia?

Si spera di sì, anche se un recente studio, pubblicizzato perfino dall’Espresso lascerebbe intendere di no.

Lo studio dal titolo Psychoticism, immature defense mechanisms and a fearful attachment style are associated with a higher homophobic attitude pubblicato sul The journal of sexual medicine nel settembre 2015, infatti, avrebbe dimostrato che chi è omofobo è affetto da disturbi mentali, poiché gli atteggiamenti omofobici sarebbero strettamente connessi con meccanismi psicotici, di difesa nevrotica e di fenomeni depressivi.

Ma chi è esattamente omofobo? Come si manifesta l’omofobia?

Premettiamo che ad oggi, da nessuna parte al mondo, vi è una definizione giuridica di omofobia. In quanto reato, questa presunta forma di discriminazione, non esiste e non è definita in alcun modo. Se mai si cercano degli escamotage per poterla definire e quindi inserirla nei codici penali. Ma considerando che in questo campo è molto difficile stabilire con certezza i confini di ciò che è discriminatorio e ciò che è accettabile, a nulla sono valsi gli sforzi dei legislatori per definire l’omofobia.

Non potendo ancora agire sulla leva legale, allora si prova cercando di colpevolizzare, far sentire in difetto chi non accetta le teorie omosessualiste.

Oggi come oggi, l’omofobia sembra racchiudere una vasta ed ampia gamma fenomenologica che spazia tra il comportamento violento concretamente lesivo dell’integrità fisica altrui, fino, addirittura, al semplice pensiero di chi, a torto o a ragione, ritiene di non dover adattare la propria coscienza e la propria mentalità al pensiero genderista.

Comunemente, infatti, è ritenuto omofobo chi non si allinea alle pretese delle comunità Lgbt; chi ritiene che le coppie omosessuali, per quanto legittima possa essere la loro dimensione sentimentale, non possano avere alcun riconoscimento giuridico poiché mancanti di quella rilevanza pubblica che invece ha l’unione tra uomo e donna in virtù dell’apertura alla procreazione; chi si oppone alla devastante calamità antropologica dell’ideologia gender; chi professa la propria convinzione sulla famiglia fondata sull’unione di uomo e donna nel matrimonio monogamico in base alle proprie convinzioni religiose o perfino prescindendo da esse; chi non vede la vita secondo il filtro policromo dell’arcobaleno pansessualista.

Insomma, chi ribadisce che la famiglia naturale è quella che nasce dall’unione di uomo e donna nel matrimonio monogamico, chi sottolinea le problematiche etiche e giuridiche legate alla maternità surrogata specialmente in riferimento alle unioni Lgbt, chi evidenza che non esiste un diritto al matrimonio o al figlio e che quindi le coppie non eterosessuali possono rivendicare ciò che vogliono, ovvero altri diritti, ma non questi due diritti che non sono configurati e giuridicamente configurabili, è omofobo, cioè psichicamente malato e dunque da curare.

Si assiste ad una specie di contrappasso: se fino alla fine degli anni ’70 era la diversità dall’eterosessualità ad essere considerata un sintomo psichiatrico, oggi è proprio la diversità dell’eterosessualità ad essere considerata un fenomeno psichico degno di cura.

L’equazione è semplice: chiunque, in atti, pensieri, parole eopere, non è gender-friendly è sostanzialmente omofobo, e chi è omofobo è un malato mentale che come tale deve essere curato.

La tesi, tuttavia, si rivela un boomerang per tutti coloro che sostengono la criminalizzazione dell’omofobia, cioè la necessità che sia approvata una norma che sanzioni penalmente l’omofobia, poiché chi agisce in stato di alterazione mentale non può essere ritenuto penalmente responsabile e dunque accusato di alcunché.

Occorre, dunque, che ci si decida: o l’omofobia è un comportamento discriminatorio e volontario, consapevolmente e liberamente scelto da chi lo mette in essere, lesivo di diritti altrui e come tale in grado di assurgere a fattispecie criminosa attraverso una apposita legge che reprima perfino il semplice pensiero discordante; oppure, è una patologia psichica e, come tale, non può essere oggetto di incriminazione, non più di quanto lo siano la depressione, il disturbo bipolare, la schizofrenia o altri disturbi mentali.

Proviamo a riflettere su un ipotetico caso. Supponiamo un genitore, vedovo, con un figlio minore se questo venisse dichiarato omofobo, quindi con un problema psichico e senza nessuno che possa dargli una mano a curare il figlio cosa accadrebbe?

Un minore può essere dichiarato adottabile quando il Tribunale accerti il suo stato di abbandono. Tale dichiarazione prescinde dalla volontà dei genitori di prendersene cura, se poi concretamente essi non siano in grado, per motivi da loro indipendenti (ad esempio una malattia mentale) di offrire al bambino tutte le cure necessarie alla sua crescita. (Sentenza Corte di Cassazione n. 28230/13 del 18.12.13.)

Risultato: sei omofobo (ergo malato di mente), ti togliamo il figlio!  Quale arma migliore che giocare sull’amore genitoriale?

 

 

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