Fecondazione artificiale

Nel campo della fecondazione artificiale i ricercatori dovrebbero comportarsi come i presidenti dei club di calcio che all’ennesima sconfitta consecutiva della propria squadra mandano a casa l’allenatore e ne prendono un altro. Le tecniche di fecondazione extracorporea da qualche decennio segnano ripetute sconfitte in termini di nati vivi, eppure il mondo scientifico non abbandona la strada della provetta, sia per motivi ideologici sia per questioni di business. Squadra che perde non si cambia, verrebbe da dire.

Che la fecondazione in vitro sia un clamoroso flop ci è testimoniato anche da un recente studio dal titolo “La frequenza di nati vivi associata alla ripetizione di cicli di fecondazione in vitro”, ricerca portata a termine dalle università inglesi di Bristol e Glasgow e pubblicata il 29 dicembre scorso sul Journal of American Medical Association. L’indagine ha coinvolto tra il 2003 e il 2010 ben 156.947 donne inglesi. Lo studio è interessante per due motivi. Sia perché dimostra ancora una volta l’insuccesso di questa tecnica sia perché si tenta in modo maldestro di camuffare il flop presentandolo invece come un ottimo risultato. 

La ricerca ci informa che il 29,5% delle coppie con donne di tutte le età (18-55 anni) riescono ad avere il proprio bambino in braccio con un solo ciclo. Quindi addirittura un terzo. Peccato che il dato scientificamente è di scarso valore proprio perché si mettono insieme donne assai giovani che hanno relativamente alte probabilità di riuscita con quelle più anziane che hanno invece poche chance di successo. Ma se andiamo a vedere, invece, la percentuale di successo della donna tipo che si accosta alla Fivet, quella intorno ai 40-42 anni, scopriamo che solo il 12,3% riesce ad avere il bambino in braccio dopo il primo ciclo e solo il 6,9% dopo il sesto. Oltre i 42 anni la percentuale di successo è del 4%. In breve la cliente usuale delle cliniche per la fertilità ha circa una possibilità su dieci di diventare mamma, appunto tra il 7 e il 12%. 

Percentuali, tra l’altro, simili a quelle di dieci anni fa, prova che le tecniche non hanno subito miglioramenti in termini di performance negli anni. Come abbiamo accennato se una donna si sottopone ad un ciclo di trattamenti e non riesce ad avere il figlio, ne prova un altro e un altro ancora. Alcune arrivano anche al nono ciclo. Però, così ci dicono i ricercatori di Bristol e Glasgow, assistiamo ad un decremento di efficacia proporzionale al numero di cicli, ciò a voler dire che nel nono ciclo la donna avrà meno possibilità di rimanere incinta e partorire un bambino dato che non ci è già riuscita con i primi cicli. Detto in altri termini, la percentuale di successo decresce con il numero di tentativi dal momento che in genere se non si è riusciti ad avere il figlio nei primi tre tentativi è molto difficile ottenerlo dopo. È un po’ come tentare di colpire un bersaglio posto a dieci metri, poi a cinquanta, poi a cento e infine a mille.Se non sei in grado di centrarlo al primo tentativo successivamente sarà sempre più difficile riuscirci. 

Ed infatti le linee guida nazionali inglesi suggeriscono di arrivare a tre cicli, perché oltre è quasi inutile, nonché molto dannoso per la salute della donna ed economicamente dispendioso (12.400 dollari a ciclo secondo l’American Society for Reproductive Medicine). Manco a dirlo le linee guida non spendono una sillaba sul numero di embrioni che ciclo dopo ciclo vengono sacrificati. E quindi le tecniche di fecondazione artificiale il più delle volte non regalano quei risultati sperati da aspiranti genitori e ricercatori. Nonostante ciò gli autori dell’articolo suggeriscono di arrivare almeno a 3-4 cicli perché si potrebbe entrare in quella risicata percentuale di fortunati, quasi che la fecondazione artificiale sia una lotteria. Mal che vada allora avrete solo speso un sacco di soldi, la donna avrà subito un bombardamento ormonale e avrete ucciso un bel po’ di vostri figli.  

I ricercatori delle due università inglesi, poi, le tentano tutte per promuovere il figlio in provetta. Infatti, nello studio pubblicano numeri che non hanno senso, come quello del 65,3%, che dovrebbe essere la percentuale di successo dopo sei cicli per alcune fasce di età della donna. Solo che quella percentuale è la somma delle percentuali di successo di tutti i cicli fino al sesto ed è dunque un dato fuorviante perché sarebbe come sommare l’età in cui sono morte in un dato anno tutte le persone di una certa cittadina e dire che in quella città si campa fino a 100mila anni. La percentuale è fasulla perché, rifacendoci all’esempio prima fatto, se un bersaglio è colpito nel 60% dei casi quando è posto a dieci metri, nel 15% dei casi quando è a 50 metri, nel 5% quando è messo a cento metri e nello 0,001% quando è posto a mille metri, non posso poi concludere che colpire un bersaglio è cosa facile perché, sommando tutte le percentuali, nell’80,001% dei casi viene colpito, dal momento che ogni distanza ha una sua percentuale non cumulabile con quelle delle altre distanze. 

E così avviene con la Fivet: la donna quarantenne che sarà riuscita ad avere un bambino al sesto tentativo, rientrerà nella sola percentuale del 6,9% e non in quella più ampia del 12,3% che riguarda invece solo quelle donne che avranno avuto il bimbo in braccio al primo tentativo. Le percentuali non sono comunicabili tra loro perché ogni donna avrà – per motivi clinici, fisici, psicologici strettamente personali – proprie ed individuali chance di scelta che non si possono sommare a quelle di altre donne.

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